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 Info dal Campidoglio: UN SINDACO CON LA DATA DI SCADENZA. PRONTO LO SFRATTO

Rassegna stampaDopo lo scontro con Renzi sul decreto, per il sindaco romano sempre più difficile la permanenza E il Pd fa partire l'operazione sfratto "I on si può più andare avanti con Marino" Spunta il tentativo di candidare di nuovo Gentiloni e di fare un accordo con Marchini di GIOVANNA VITALE ROMA La Repubblica 1 marzo 2014
Cronaca di un amore mai nato. Fra il sindaco Ignazio Marino e il partito democratico, principale azionista della sua maggioranza in Campidoglio, siamo ormai alla restituzione dei regali. Dopo mesi di convivenza forzata il primo cittadino di Roma è sotto sfratto: a riprova di un matrimonio di convenienza che, fra alti e bassi, in realtà non ha mai funzionato. L'operazione per disfarsene è già stata avviata. Ufficializzata giovedì pomeriggio, alla riunione plenaria degli eletti dem, che dopo un lungo processo ha finito per scomunicato il "marziano" atterrato quasi nove mesi fa a Palazzo Senatorio.

«Ora nulla sarà più come prima», ha sussurrato allafine il capogruppo capitolino Francesco D'Ausilio. «li messaggio che stasera abbiamo mandato al sindaco è chiaro: cosl non va, se non si cambiano modulo e giocatori è inutile persino continuare». U n a manovra assai rischiosa. Che tuttavia, pur non avendo (ancora) ricevuto la benedizione di Matteo Renzi, non incontrerebbe la sua ostilità. Non è un segreto per nessuno che il segretario-premier non abbia mai voluto farsi coinvolgere nelle beghe romane. Respingendo sempre con perdite le ripetute avances di Marino, che dalle primarie in poi ha tentato disperatamente di farsi passare per uno dei suoi. «Volete che Ignazio faccia un endorsement in favore di Matteo?» la proposta arrivata a Palazzo Vecchio alla vigilia dell'8 dicembre. Laconica la risposta: «Fate come volete». Della serie: ci interessa poco. da tempo, ormai, che nel partito romano e nazionale non si parla d'altro. Della strategia migliore per accompagnare il sindaco della capitale alla porta. Di quanto sia ingestibile. Inaffidabile. Incapace di amministrare la città. Un uomo solo al comando, circondato da un manipolo di fedelissimi, il famoso "cerchio magico", coni quali esclusivamentesi consiglia. Nonsempre per il meglio. Come dimostra l'ultima sparata sul Salva Roma: un'intemerata contro tutto e tutti, «i politici da prendere coi forconi» e «il Parlamento che non lavora», che oltre a irritare il premier ha fatto perdere la pazienza alla maggioranza che lo sostiene in Campidoglio. E che ora gli sta preparando le valige. Tutti ormai consapevoli del fatto che non potrà durare fmo al 2018, ma ha già una scadenza. Primavera 2015, quando si potrebbe andare a votare anche per le politiche. Il Pd romano non ne fa più mistero: troppi errori, arroganza, promesse mancate. Sin dall'inizio. La giunta composta senza quasi consultare i partiti. Gli scivoloni sui dirigenti assunti senza requisiti né laurea, ma a peso d'oro. Le liti feroci tra assessori. Persino il capo ufficio stampa che denuncia un consigliere d'opposizione per aver rivelato il suo stipendio. El'emblematico addio del capo segreteria, Enzo Foschi, fedelissimo del governatore Zingaretti. L'anello di congiunzione fra Marino e il suo partito. II segnale del divorzio imminente. Dato ormai per assodato. Resta solo da stabilire il come. E l'alternativa. Con una parte del Pd a tifare per un grande rassemblemant al centro, candidato Alfio Marchini, che dal nulla alle ultime comunali ha preso un lusinghiero 10%. E l'ala renziana che tornerebbe a puntare su Paolo Gentiloni, già sconfitto alle primarie proprio da Marino. E lui, il sindaco? Ieri, capita l'antifona, ha cercato di correreai ripari: «Ringrazio tutti», da Renzi al «mio partito». Ma potrebbe essere troppo tardi.
Corriere della Sera 1 marzo 2014SINDACO DA SACRIFICARE? SE IL PD DIVORA I SUOI ELETTI di MARIA TERESA MELI
Inadeguato» era stato l'epiteto più gentile che ieri, a palazzo Chigi, il presidente del Consiglio aveva utilizzato nei confronti del sindaco di Roma. Però, alla fine della festa, dopo la telefonata e la sfuriata, tra Matteo Renzi e Ignazio Marino era stata siglata una sorta di armistizio. Nessuna guerra tra sindaci, che sarebbe riduttiva definirla così. Perché uno dei due contendenti di mestiere fa il premier e l'altro fa il primo cittadino della Capitale. Perciò a entrambi conveniva trovare una pace purchessia. Una pace qualsiasi. Che garantisse all'inquilino di palazzo Chigi di non cominciare il suo cammino con le dimissioni del sindaco di Roma: un atto dirompente, che, in maniera inevitabile, avrebbe avuto ripercussioni sul governo. E che evitasse a Marino il default della Capitale, con tutto quello che ne consegue. Non è un caso che, dopo il botta e risposta tra i due, la telefonata e l'alterco, alla fine Renzi abbia «salvato» Roma dal baratro, evitando che simpatie o antipatie gli facessero velo. Ciò non significa che l'inquilino di palazzo Chigi abbia chiuso i conti con l'uomo del Campidoglio. I due prima o poi si incontreranno di nuovo. In qualche modo, in qualche posto. Ma quello che ora il sindaco di Roma deve temere non è tanto l'atteggiamento del presidente del Consiglio, che, è più che esplicito, bensì quello del suo partito. O, per essere più precisi, visto che ormai non si capisce più bene quale sia la forza politica che spinge Marino, l'atteggiamento del Pd. E da lì che verranno le trappole, le insidie e i trabocchetti al primo cittadino della Capitale. E da quella postazione che si cerca di silurare il sindaco. Di commissariarlo. Di farlo fuori. Di sostituirlo. Insomma, di cambiarlo con qualcuno che magari abbia un feeling maggiore con l'attuale presidente del Consiglio. Il fatto che al premier poco interessi di quelle che lui definisce «beghe locali», che faccia di tutto per tenersi tre, anzi dieci, passi indietro, rispetto alle storie romane che non gli sono mai piaciute, conta molto, ma non basta. Perche il Pd, cambi o non cambi premier, muti o no il leader della sinistra intera o del Partito democratico, in quel di Roma resta quello che è. Una forza politica che, come Crono, mangia i propri figli. Anzi, peggio, divora qualsiasi esponente di spicco sia in grado di produrre. E invero non è che siano tanti. Ora tocca a Marino. Forse, ma non è detto, Renzi darà il suo via libera all'operazione che avrà come obiettivo finale quello di espellere il sindaco-marziano che da sempre ha dei problemi con il Pd. Forse. Perché poi il presidente del Consiglio non si vuole legare a uno o all'altro degli schieramenti locali. E soprattutto non vuole essere messo in mezzo in storie che non lo riguardano. In guerre che potrebbero anche nuocergli. Alla fine sarà il Partito democratico, ancora una volta - l'ennesima - a decidere se sacrificare Marino come, a livello nazionale, ha fatto con Letta - sull altare della convenienza e della sopravvivenza. O, più semplicemente, e banalmente, della politica.

Il Messaggero 1 marzo 2014
Londra o Atene? Il bivio di Roma Il tran tran dello spreco porta la Capitale allo sfascio greco La cura del risanamento può avvicinarci alla capitale inglese COME NEL FILM SLIDING DOORS, I DESTINI DELLA CITTÀ SONO MOLTEPLICI: CI SI SALVA PRIVATIZZANDO LO SCENARIO ROMA «O Roma o morte»? No. «O Roma o Orte»? Nemmeno. O Roma o Atene: questo sì - anche se è durissimo dovere accettare il paragone - perchè l'Urbe potrà somigliare alla capitale greca allo stremo e al collasso, senza luci nei quartieri, senza bus nei giorni festivi, senza lavoro, senza speranza, se si continua con l'andazzo dei carrozzoni inutili, delle aziende municipalizzate mal-gestite e malridotte (vedi Ama e Atac), degli sprechi e delle tasse choc che non servono a dare servizi ma a produrre disservizi costosi alla maniera neo-ellenica o neo-ellenistica. Ma se invece si adotta una cura seria, se si imbocca la strada dei tagli necessari, se si comincia - grazie al nuovo decreto emanato ieri da Palazzo Chigi - ad aggredire il declino e il default, Roma potrebbe diventare Londra, uno splendido esempio, non irraggiungibile, di grande capitale. Dove, solo per citare un caso, il pirotecnico e simpaticissimo sindaco inglese che gira in bici - a riprova che c'è modo e modo di stare sul sellino - le imposte le ha abbassate. Meno tasse e migliori servizi. Qui si può? Se a Roma vince il modello Londra, sarebbe il massimo. Se invece.... Lo scenario numero uno (a parte quello di «O Roma o Orte» coniato da Mino Maccari e che significherebbe la deriva da paesello di una grande metropoli ridotta al minimo) farebbe diventare l'Urbe sorella sfortunata di Atene, impoverita come la città greca e disfatta come quella se continua il tran tran dell'irresponsabilità sgovernante e dell'accumulo di debiti come se nulla fosse. Si ripeterebbe così, in versione negativa e al peggio delle condizioni possibili, l'antico gemellaggio tra i due grandi centri della civiltà che hanno fatto la storia del mondo. LA STORIA Ma se prima lo scambio fu culturalmente molto virtuoso (Orazio lasciò scritto che «Graecia capta ferum victorem cepit la Grecia conquistata conquistò il rude vincitore), adesso la relazione sarebbe viziosissima e degradante. Il sindaco Marino ha descritto lo scenario greco se non fossero arrivati i soldi del decreto Salva-Roma, e invece la deriva ellenica ci sarebbe se il Campidoglio non applicherà con urgenza e con spirito di giustizia civile le prescrizioni contenute nel decreto che poi si è fatto. E che sono somiglianti, in chiave più local, a quelle che la Troika (Ue, Bce, Fondo monetario internazionale) chiese alla Grecia di adottare e che la Grecia ha fatto proprie tardi e male. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Il crollo nazionale della Grecia ha trascinato nella catastrofe la sua capitale, mentre qui in Italia la situazione sarebbe diversa: Roma, in un Paese che stenta e che soffre, diventerebbe il simbolo dello sfascio. Insomma, l'odierna tristezza di Atene o lo splendore di Londra: il bivio è questo. Queste le sliding doors del destino di Roma. Dove privatizzando le aziende pubbliche, invece di imporre nuove tasse che continuerebbero a deresponsabilizzare la classe politica di cui il sindaco Marino fa parte anche se dice il contrario, si potrebbe sperare. Di essere come Londra la super-dinamica, l'iper-creativa, il mix perfetto di tradizione e di slancio verso la modernità. Peccato soltanto che qui, al Campidoglio, Boris Johnson non c'è. di Mario Ajello
L'analisi Cura antidissesto Una camicia di forza per evitare colpi di testa di  Osvaldo De Paolini Il Messaggero 1 marzo 2014Renzi lo aveva fatto capire, nel rispondere irritato a Ignazio Marino, che il decreto Salva-Roma non sarebbe stato quel «pasto gratis» che il sindaco della Capitale andava pretendendo da mesi. E ha mantenuto la promessa. Una valutazione a caldo del prowedimento porta infatti a trarre due conclusioni. La prima è che i non pochi paletti posti a presidio di una migliore gestione delle risorse della città, in cambio del sostegno finanziario necessario a riportare equilibrio nei bilanci 2013 e 2014, sono una iniziativa fortemente educativa diretta certamente a Marino ma anche a tutti gli amministratori che attualmente sono alle prese con gestioni non virtuose della cosa pubblica. La seconda sta nell'apprezzamento del fatto che oltre a indicare i binari entro i quali gli amministratori della Capitale dovranno agire per far tornare i conti, nel suo decreto il governo impone al Comune di Roma di trasmettere tempestivamente ai ministeri dell'Interno e dell'Economia, oltre che alle Camere, il piano di rientro del debito accumulato negli anni (14,9 miliardi interessi compresi) onde consentire la verifica periodica dello stato di avanzamento dei saldi. Insomma, se non è un cornmissariamento poco ci manca; di sicuro si può parlare di gestione sotto tutela. E perciò alquanto curioso che il sindaco Marino si dichiari «entusiasta» dei contenuti del decreto e affermi con tono ineffabile che «è esattamente ciò che chiedevo da diversi mesi». Poiché i paletti posti dal governo guidato da Renzi ricalcano sostanzialmente - sebbene rafforzate - le propostegiunte in Parlamento a dicembre, contro le quali il sindaco della Capitale si era scagliato ferocemente rigettando ogni tentativo di mediazione, non si capisce per quale ragione si sia deciso solo ora ad abbracciare la politica del rigore che impone il decreto. Avrebbe potuto farlo allora risparmiando agli italiani, e ai romani anzitutto, tanta inutile ansia. Va detto che la griglia degli impegni, misurata punto per punto, si presenta indubbiamente severa, sebbene nella enunciazione di alcune direttive - come ad esempio quella relativa al capitolo delle dismissioni - sia alquanto generica. Sarà dunque compito del governo fare in modo che Marino non ceda alla tentazione di aggirare i paletti politicamente più impegnativi: pena, per Renzi e i suoi ministri, una grave perdita di credibilità agli occhi dei numerosi amministratori locali che con sacrificio loro e dei loro concittadini non esitano a fare scelte quotidiane dolorose pur di presentare bilanci virtuosi. Quanto a Marino, messe da parte le minacce a base di forconi, ora dovrà scegliere se guardare a Ovest, cioè verso Londra, o a Est, cioè verso Atene. La scelta non è ininfluente, perché si tratta di abbracciare la virtù o subire il declino.



 
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