IL BUCO DELLA MEMORIA
Data: Sunday, 19 March @ 19:40:45 CET
Argomento: Contatto con il territorio


Nella nostra società molti ragazzi non possono più contare sui racconti degli anziani: il j'accuse dello psicologo Fulvio Scaparro

Il buco della memoria


«La scuola dovrebbe essere il luogo che lega presente e passato, cronaca e storia»


Di Fulvio Scaparro
da Avvenire online



Il distacco tra vecchi e giovani comporta anche un vero e proprio buco di memoria. Molti ragazzi non possono più contare sui racconti e sulle esperienze degli anziani, testimoni di un'epoca non lontana in cui molto di ciò che oggi appare assodato e scontato era invece oggetto di dura lotta, in cui bambini e ragazzi non erano in sostanza molto diversi da quelli di oggi ma vivevano in uno scenario profondamente diverso e in condizioni materiali e morali di gran lunga differenti. La scuola dovrebbe essere il luogo nel quale questo ponte tra presente e passato, tra cronaca e storia, potrebbe essere percorso da insegnanti e allievi. Ma spesso le istituzioni educative si sottraggono a questo compito e lo studente, tornato a casa, non trova quasi mai un nonno o una nonna che possa trasmettere l'esperienza delle generazioni passate nÈ possono troppo contare su adulti che abbiano tempo, sensibilità e voglia di affrontare queste questioni.
Non è bello nÈ sano vivere come se ogni giorno fosse il primo giorno del mondo. Dobbiamo tornare a colmare questo vuoto, se vogliamo avere un futuro come individui e come collettività. Dobbiamo tornare a ridare senso e dignità a tutte le età della nostra vita, dall'infanzia alla vecchiaia. L'identità ci viene da una storia. In mancanza di una storia troveremo qualche fragile identità di accatto, ci legheremo al carro delle identità altrui.
La "generazione di mezzo" è il problema. I bambini e i ragazzi entreranno a farne parte, gli anziani l'hanno lasciata, ma tutti noi ci siamo sentiti dire che questa è l'età della vita in cui si vedrà ciò che veramente siamo e quanto valiamo.
Con questa immagine della vita in testa non si va lontano perchÈ l'infanzia e l'adolescenza diventano una fase preparatoria (non-ancora-adulti) e l'anzianità diventa un fine corsa (non-più-adulti). La vita dovrebbe invece essere considerata preziosa e fertile dal primo all'ultimo secondo dell'esistenza.
Non è un caso che l'adulto perda la memoria della propri a infanzia e della propria gioventù che spesso rinnega perchÈ incompatibili con le esigenze di 'serietà' e 'impegno' che l'età di mezzo richiede. Non è un caso che l'adulto tema ed esorcizzi la vecchiaia alla quale non riconosce altro contenuto che non sia un lento avvicinarsi verso la fine della vita.
Quale messaggio stiamo dando ai ragazzi quando, nei fatti, insegniamo loro che l'unica età della vita che conta è quella collocata tra l'infanzia e la vecchiaia? Il passato della nostra vita individuale, secondo questa prospettiva, sarebbe solo una preparazione all'età adulta, mentre il nostro futuro, dopo quell'età, sarebbe solo decadimento fisico e mentale. Gli esseri umani passerebbero quindi da una condizione di non-ancora adulti e attivi a quella di non-più adulti e attivi, con una sopravvalutazione dell'età di mezzo a tutto discapito delle altre età della vita.
Io dunque non mi aspetto molto dall'"età di mezzo" per affrontare e risolvere i problemi degli anziani. Al massimo, potrò aspettarmi un po' di umana comprensione se non di pietà per alleviare paternalisticamente le pene degli anziani. Molto di meglio invece mi attendo dall'iniziativa degli anziani stessi in collaborazione con, e se necessario anche contro, l'età di mezzo affinchÈ sia chiaro che l'anzianità, il sempre più lungo periodo che succede all'età di mezzo, è una fase della vita degna di essere vissuta pienamente, lottando e amando, senza attendere la carità di nessuno.
Questo non vuol dire che bambini e anziani siano nemici del nuovo. Tutt'altro. Sono attenti, curiosi e avidi di novità come ogni essere umano sano. Essi però avvertono il bisogno e hanno il diritto di impiegare tutto il tempo necessario per rendere 'familiare' il nuovo, per sentirlo come proprio o respingerlo perchÈ estraneo ai loro bisogni.
La presenza degli anziani accanto a noi assicura un fertile scambio di risorse tra generazioni diverse. Uno scambio di buone esperienze e dunque di buoni ricordi. Da una parte una comun ità che non dimentica i suoi membri più vecchi e dimostra che il rispetto è dovuto a ogni essere umano ben oltre il superamento dell'età lavorativa. Il rispetto non ha una data di scadenza e non è nemmeno una questione di forma. Ogni essere umano deve essere messo in condizione di vivere fino all'ultimo un'esistenza che abbia per lui un senso. La semplice sopravvivenza non basta.
Dall'altra parte, l'anziano che non si sente "tollerato" ma che continua a far parte di una rete di relazioni in un ambiente che conosce e nel quale è vissuto per tanti anni, darà il meglio di sÈ, poco o tanto che sia, reagirà meglio alle infermità dell'età, metterà a disposizione della comunità non solo la propria memoria ma anche i propri sogni e i propri progetti.
Già, perchÈ tra i tanti pregiudizi che affliggono la vecchiaia c'è anche quello che ad una certa età si vivrebbe con la testa rivolta all'indietro, prigionieri dei ricordi e della nostalgia. Le cose non stanno così. E' vero che più si diventa vecchi più aumentano i distacchi, le assenze, le perdite di persone e ambienti e che tutto questo può incentivare una visione malinconica della vita, ma è anche vero che la voglia di vivere non viene meno quando ci si sente accettati, accolti, parte di una collettività. Un insegnamento prezioso per i più giovani che imparano attraverso l'esempio che la vita è degna di essere vissuta dal primo all'ultimo secondo.






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